La storia del costume ci ha insegnato che l'Italia possiede la più alta concentrazione al mondo di sartorialità, gusto e cultura del bello. Abbiamo inventato il prêt-à-porter moderno, trasformato il tessuto in un linguaggio d'arte e nutrito il cinema internazionale con costumi indimenticabili. Eppure, quando i riflettori si accendono sulle nostre passerelle rosse, dalla Mostra del Cinema di Venezia ai premi di settore, assistiamo a una strana meticolosa disarmonia: i red carpet italiani sembrano fare un’immensa fatica a funzionare con la stessa naturalezza di quelli internazionali.
Il red carpet nostrano soffre di una sottile crisi d'identità che nasce dal modo stesso in cui concepiamo lo spettacolo, il concetto di "VIP" e il ruolo dell'abito nella costruzione della persona pubblica. In modo inevitabile da anni si è costruito un divario estetico che divide i nostri tappeti rossi tra i seguaci della via tracciata da Giorgio Armani e gli affannati ricercatori del colpo di teatro. Quando sul red carpet appare un abito in velluto nero firmato Armani, stiamo assistendo ad una dichiarazione di status, ad una ricerca di eleganza che non è fatta per attirare l'attenzione dei fotografi, ma impone un silenzio pieno di rispetto. Scegliere la linea fluida e rigorosa di Re Giorgio significa comprendere la natura stessa del divismo italiano, quell'eleganza per sottrazione in cui è la persona ad abitare l'abito e non viceversa. A Venezia, è la scelta quasi più ovvia perché l'abito di velluto richiede sicurezza, presenza e una profonda consapevolezza di sé, punto più alto in cui la moda italiana incontra il rigore del grande cinema. Sul versante opposto, assistiamo a un fenomeno sociologico quasi affascinante. I personaggi dello spettacolo italiano che non intraprendono la via più facile dell’Armani elegante, vivono con la costante tentazione di scambiare la passerella di un festival cinematografico per la scalinata del Met Gala di New York. Per il pubblico veder sfilare corpi oleosi, costrutti di paillettes dalla testa ai piedi, architetture di tulle, ali ingombranti e drappeggi monumentali genera un inevitabile effetto di spaesamento. Il problema di questa sovrabbondanza decorativa è la totale assenza di contesto. In Italia, il concetto di "abito da gran galà" viene spesso tradotto con un’idea polverosa di opulenza in cui, più l’abito luccica o è complesso da indossare, più deve essere considerato di alta moda. Si confonde così lo spettacolo con il travestimento e l'effetto finale non è quello dell'icona contemporanea, ma quello di un abito che vaga sulla passerella in cerca di un palcoscenico teatrale che non gli appartiene. Per quale motivo lo star system italiano cade così frequentemente in questa trappola? In ambito internazionale, la costruzione dell'immagine di un'attrice o di un artista è un progetto editoriale a lungo termine, curato in ogni dettaglio per raccontare un'evoluzione personale o la direzione di un progetto artistico. In Italia, invece, il concetto di "VIP" è rimasto ancorato a una visione più tradizionale e immediata. L’abito viene spesso vissuto come un prestito d'uso dell'ultimo minuto, un dovere di rappresentanza da smarcare o una semplice vetrina per l'accessorio di turno. Manca, in molti casi, la mediazione di una cultura dello styling che sappia leggere il corpo, il carattere e l'opera dell'artista per tradurli in forma visiva. Senza questo lavoro di sintesi culturale, il VIP italiano oscillerà sempre e solo tra due estremi: la rifugio-safe-zone del classico abito scuro o l'eccesso grottesco di chi cerca disperatamente di far parlare di sé. La vera eleganza sul red carpet non si misura in carati o metri di strascico, ma nella capacità di generare un’immagine che sappia resistere al tempo. Perché, alla fine della fiera, la lezione che ci ha lasciato la nostra storia è sempre la stessa: la vera grande bellezza non ha mai avuto bisogno di gridare per farsi notare.