Esattamente un anno fa, il fashion system ha vissuto una delle stagioni più frenetiche della sua storia recente tra dimissioni lampo, annunci a sorpresa e un riscontro mediatico che prometteva la nascita immediata di un'epoca dorata per il lusso. Oggi, a distanza di dodici mesi, con le seconde e terze collezioni in passerella, è giunto il momento di porsi la domanda scomoda che gli uffici stampa tendono a schivare: cos'è cambiato davvero nella moda in questo anno di rotazioni creative? L'analisi di questo anno di transizione si manifesta con chiarezza osservando le mosse di alcune tra le maison più discusse dal settore. Dopo la parentesi minimale e purista di Sabato De Sarno, l'impronta di Demna ha riportato da Gucci l'attenzione sul fattore impatto, rappresentando uno dei cortocircuiti più discussi dell'anno. Ma, ad un anno dal debutto, il mercato non è convinto che l'irriverenza concettuale si sia tradotta in una crescita commerciale sostenibile. Tra i passaggi più ambiziosi del reset, Jonathan Anderson ha preso le redini dell'universo Dior applicando il suo approccio quasi accademico al costume. Trasformare le passerelle in dialoghi serrati tra arte contemporanea ed estetiche d'archivio ha generato un guardaroba di altissimo livello concettuale, che però richiede al cliente finale uno sforzo di decodifica non indifferente. Il cambio di rotta da Valentino ha segnato il passaggio dal romanticismo scultoreo al massimalismo di Alessandro Michele che ha modificato la struttura stessa del capo. Sulle grucce sono sparite le silhouette fluide e i tagli netti per far posto a stratificazioni di pizzo, mantelle in broccato e una sartorialità che attinge a piene mani dall’archivio del brand. Arriviamo infine al debutto che oggi considero più riuscito. Per anni Chanel ha venduto una borghesia composta, fatta di cardigan in tweed prevedibili e sovrapposizioni senza scossoni. La nuova direzione artistica ha dovuto affrontare il problema alla radice per ridare forma ai capi, ai tessuti e al mood generale delle collezioni. Con Matthieu Blazy, il brand dalla doppia C è ringiovanito, aumentando la desiderabilità di ogni campagna e passerella.
Il problema di fondo di questo continuo cambio di nomine risiede in un’illusione tipica del mercato contemporaneo, basata sull'idea che un nuovo direttore creativo sia una bacchetta magica capace di risolvere in un trimestre problemi finanziari, identitari e di posizionamento. Negli ultimi anni, l'industria ha preteso dai designer performance immediate, riducendo i tempi di assimilazione e esigendo risultati istantanei in un momento economico complesso. Cambiare la guida di una maison ogni due anni potrebbe provocare confusione nel pubblico, che finirebbe prima o poi per smarrire il senso di appartenenza a quella storia. L'effetto paradossale di questa rincorsa è stato rappresentato da una strana convergenza verso la cautela. Per evitare il flop commerciale, molti debuttanti hanno finito per rifugiarsi negli archivi in modo letterale, ricalcando formule già viste negli anni '90 o primi 2000 e camuffando la mancanza di visione sotto l'etichetta del "tributo all'heritage". Ad un anno dai grandi debutti, appare chiaro che le maison vincenti non saranno quelle che hanno collezionato più hashtag nei primi dieci minuti di sfilata, ma quelle che sapranno resistere alla tentazione del consumo rapido. La moda ha disperatamente bisogno di ritrovare il tempo della digestione critica perché far girare i direttori creativi serve a riempire i feed per 48 ore e a giustificare i budget di lancio ma per rifare l'armadio delle persone servono le idee e quelle, sfortunatamente per i consigli di amministrazione, non si firmano automaticamente insieme a un contratto d'ingaggio.