/BACKSTAGE

Il sipario è quasi calato sulla maratona delle Fashion Week di settembre. Sui nostri schermi sono passati minuti di passerelle impeccabili, luci calibrate al millimetro, cadenze ipnotiche e abiti che scivolavano con una grazia quasi sovrannaturale. Per una volta, dopo tutti i contenuti con cui spero di avere riempito i vostri feed, oggi voglio parlare di un universo parallelo a quei dieci minuti di pura illusione estetica regalati al pubblico in prima fila. Benvenuti nella prima guida vera al backstage delle sfilate, quel motore segreto della moda dove la bellezza viene fabbricata a colpi di spilli e aderenza al limite del collasso. Avendo bazzicato i retroscena delle sfilate in passato, provando sulla mia pelle la sottile ebbrezza di muovermi tra stendini straripanti, pass plastificati al collo e vapori di ferri da stiro ad alta pressione, so bene che il backstage è un microcosmo a sé stante, un territorio libero dalle regole del mondo esterno, diviso equamente tra pura poesia artigianale e caotica nevrosi. Da un lato, c'è una magia collettiva che ha dell'incredibile, l'adrenalina pura di vedere cinquanta professionisti muoversi con la precisione di un'orchestra sinfonica. C’è una bellezza quasi sacra nel guardare le mani di una prima sarta che rifinisce a mano un orlo sul corpo della modella a tre minuti dall'uscita, mentre due truccatori le dipingono le labbra e un parrucchiere le fissa l'ultima ciocca. Dall'altro lato, però, c'è l’aspetto oscuro dell'organizzazione, un ambiente saturo di lacca per capelli al limite della tossicità, dove l'aria scarseggia, i decibel della musica di prova trapassano i timpani e lo stress si taglia con il coltello. Un tempo il dietro le quinte era il santuario privato della creazione, un laboratorio segreto accessibile solo agli addetti ai lavori ma negli ultimi anni ha subito una trasformazione radicale e non del tutto felice. Oggi il backstage si è trasformato in un secondo palcoscenico, spesso più affollato e rumoroso della sfilata stessa. La spontaneità del lavoro vero è stata sostituita da una "finta naturalezza" ad uso e consumo dei reel. Modelle costrette a ballare o a fare facce simpatiche a favore di camera mentre qualcuno cerca disperatamente di chiudere una zip ribelle ed esteti improvvisati che cercano la battuta ad effetto per catturare tre secondi di attenzione digitale. La bottega artigiana è stata sacrificata sull'altare del contenuto ad ogni costo, trasformando un luogo di lavoro duro in un circo mediatico a cielo aperto. È vero che la moda è frutto del processo culturale e materiale che c'è anche alle spalle della passerella ma ridurre il backstage a un semplice set per selfie significa sminuire la straordinaria macchina umana che tiene in piedi l'intero sistema. I riflettori si spengono, le luci della passerella sfumano e gli ospiti corrono al party successivo. Nel frattempo, dietro le quinte, si staccano i nastri adesivi dai tacco dodici, si smontano le strutture e si svuotano le tazzine di caffè ormai fredde. La sfilata è finita, il circo si sposta nella location successiva e il vero miracolo, ancora una volta, è che nessuno si sia fatto male.
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/LA SCELTA DELL’OVERSIZE