/RACCONTI COMUNI

Aprire i social in questi giorni è un esercizio di resistenza visiva. In pochi scroll si passa da racconti dettagliati sulle Olimpiadi a critiche sulla telecronaca italiana, da ipotesi e aspettative sulla nuova stagione di Bridgerton a previsioni sul Festival di Sanremo. Il tutto intervallato da outfit commentati, divise sezionate, corsetti analizzati con precisione quasi accademica. Contenuti apparentemente scollegati, che però finiscono per sembrare parte dello stesso racconto. Perché se c’è una cosa che dovremmo imparare dai social è che non stiamo semplicemente guardando eventi diversi, stiamo osservando simboli, estetiche e ruoli. Che si tratti di un atleta che sfila con la propria nazionale o di un personaggio di una serie tv che entra in una sala da ballo, il meccanismo è sorprendentemente simile. Guardiamo, commentiamo, giudichiamo, ci riconosciamo e soprattutto, vestiamo tutto di significati. La nuova stagione di Bridgerton arriva in un momento preciso, quasi necessario, un momento in cui il mondo sembra avere un bisogno fisico di ritualità condivisa. Bridgerton non è soltanto una serie: è un appuntamento collettivo che divide il pubblico in tifoserie silenziose, spingendo a scegliere personaggi da sostenere, estetiche da difendere, costumi da elevare a manifesto. E mentre cerchiamo di ritrovare i nostri pareri in una serie che guardano tutti, le Olimpiadi si affermano come un’altra risposta alla stessa esigenza: quella di conforto e appartenenza. Le medaglie attese, i commenti sugli sport, le divise, gli inni nazionali che ci commuovono. Tutto questo genera un coinvolgimento emotivo che va ben oltre la competizione e che compensa bisogni più profondi come il desiderio di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di riconoscibile e condiviso. Non è un caso che le divise olimpiche vengano commentate, confrontate, amate o bocciate con una partecipazione che supera lo sport. Perché non sono semplici abiti funzionali bensì raccontano identità, valori e appartenenze. Sono una versione contemporanea dell’abito di corte, devono essere riconoscibili, simboliche e rappresentative esattamente come accade in Bridgerton, dove ogni colore, ogni linea, ogni scelta estetica diventa una dichiarazione. E noi le commentiamo tutti (sì, anche io) perché farlo ci permette di partecipare culturalmente a quei mondi e di sentirci parte di un passato che forse non abbiamo vissuto, ma che continuiamo a evocare perché ne sentiamo il bisogno. Da un lato Bridgerton ci offre un universo iper-estetizzato, in cui ogni dettaglio è controllo, costruzione, messa in scena, dall’altro, le Olimpiadi ci mostrano corpi reali, performanti, allenati, vestiti per rappresentare una nazione. Due contesti diversissimi, eppure profondamente connessi. Alla fine, Bridgerton e le Olimpiadi parlano della stessa cosa: di come il corpo viene mostrato, di come l’abito diventa linguaggio, di come l’estetica, oggi più che mai, sia una forma di potere gentile. E forse è per questo che ci sembrano così vicini, anche quando scorrono uno dopo l’altro sullo stesso feed. Perché in entrambi i casi non stiamo solo guardando uno spettacolo, stiamo osservando come il mondo sceglie di mettersi in scena. Con o senza corsetto. Con o senza medaglia.

         
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