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Terminato il fashion month e con esso quella particolare forma di jet lag mentale che deriva dal vedere centinaia di sfilate nel giro di poche settimane, ho deciso di commentare, come di consueto, le tendenze che sono emerse in modo trasversale dalle passerelle di New York, Londra, Milano e Parigi e che quindi definiscono la prossima stagione invernale. Nonostante la moda ami raccontarsi come un mondo di pura creatività e intuizione, esiste sempre una struttura invisibile che tiene insieme tutto. I trend sono una corrente estetica che permette a una sfilata di essere interessante, contemporanea e, dettaglio non trascurabile, vendibile. Naturalmente, ogni città interpreta questa dinamica a modo suo. New York resta la capitale della pragmatica eleganza urbana e si caratterizza per collezioni pensate per la vita reale, per il lavoro, per il ritmo veloce della città. Londra, al contrario, continua a essere il laboratorio creativo del sistema moda. Più sperimentale, più eccentrica, spesso meno commerciale, è la città in cui il trend nasce in forma grezza come un’idea ancora in lavorazione. Milano mantiene il suo ruolo di capitale della raffinatezza sartoriale, è la città in cui il trend diventa materia, costruzione, lusso concreto. Infine Parigi, dove la moda trova la sua dimensione più simbolica, trasforma il trend in una narrazione culturale in cui le sfilate sono veri racconti estetici che definiscono l’immaginario della stagione. Eppure, nonostante sottili differenze, anche in questa stagione alcune linee guida si sono ripetute con sorprendente coerenza. Guardando le collezioni possiamo individuare dieci tendenze chiave che definiranno l’autunno/inverno 2026, divise in correnti stilistiche. La prima riguarda le silhouette, che si muovono verso un’idea di amplificazione e protezione. Le spalle si allargano, diventano più strutturate mentre cappotti e giacche si espandono in pellicce oversize che avvolgono il corpo con una teatralità controllata. A completare questa costruzione volumetrica arriva il collo alto, elemento che attraversa maglieria, abiti e cappotti come una sorta di barriera elegante contro il freddo. Sul piano cromatico le collezioni FW26 oscillano tra due poli opposti, da una parte il rosso intenso utilizzato spesso in look che catturano immediatamente lo sguardo, dall’altra il total black, che continua a dominare le passerelle come un esercizio di stile senza tempo, che in questa stagione non è mai piatto bensì si costruisce attraverso texture diverse creando profondità e movimento. È proprio nel dialogo tra materiali e dettagli che la stagione trova una delle sue tensioni più interessanti. Emerge un desiderio di trasgressione controllata, visibile nel ritorno di elementi come i collant velati, l’animalier e il pizzo, tre codici estetici che storicamente appartengono a un immaginario più sensuale e provocatorio ma che oggi vengono rielaborati con maggiore misura. L’animalier diventa parte di silhouette eleganti, il pizzo abbandona la dimensione puramente romantica per inserirsi in costruzioni più strutturate, i collant velati tornano a essere un dettaglio stilistico capace di definire un’intera silhouette. A fare da contrappunto a questa dimensione più audace troviamo invece un’idea di eleganza classica e rassicurante, che si esprime attraverso materiali e look più compatti. Il velluto torna come tessuto chiave della stagione, portando con sé una profondità visiva e tattile che richiama il lusso più tradizionale. Allo stesso tempo, il total denim si afferma come una delle interpretazioni più contemporanee dello stile casual che integrano questo materiale ormai stabilmente nel linguaggio del lusso. Quello che emerge dalle tendenze non è una singola estetica dominante ma una stagione costruita su contrasti equilibrati, forse il tratto più interessante delle collezioni FW26. La moda sembra muoversi tra due desideri opposti: da una parte la volontà di protezione e struttura, dall’altra la necessità di esprimere carattere e individualità. Un equilibrio delicato che ogni designer ha interpretato a modo proprio ma che attraversa in modo sorprendentemente coerente tutte e quattro le capitali della moda. Dopo un mese di sfilate la conclusione è piuttosto chiara. Cambiano le città, cambiano i brand, cambiano le narrazioni ma i trend continuano a fare il loro lavoro silenzioso, collegando passerelle lontane tra loro con una precisione matematica. Mentre designer e brand costruiscono il prossimo inverno su queste basi, noi possiamo fare quello che facciamo sempre. Osservare, commentare e prepararci psicologicamente all’idea che tra qualche mese avremo improvvisamente bisogno di un cappotto animalier, un blazer con spalle importanti e almeno un capo in velluto. Perché la moda funziona così, prima ci convince che è una scelta artistica, poi ci accorgiamo che era anche una strategia molto ben pianificata.




         
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