Si è appena conclusa quella che nel calendario italiano equivale ad una vera e propria una maratona culturale. Seguire contemporaneamente Sanremo 2026 e la Milano Fashion Week richiede resistenza fisica, spirito critico e una certa capacità di sopravvivere ad ogni passerella, debutto o scivolone. Mentre Milano sfilava e l’Ariston scandiva i suoi tempi televisivi al secondo, mi sono chiesta quale dei due eventi abbia davvero dominato mediaticamente la settimana più attesa dell’anno. La Fashion Week è per definizione, il laboratorio del desiderio della moda che come sempre risulta diviso in due metà opposte. Se da un lato, Bottega Veneta ha consolidato il lavoro di Louise Trotter o il debutto di Marni ha riportato quell’idea di moda come linguaggio emotivo, dall’altro Gucci sembra oscillare in una zona sempre più confusa, un’estetica che vuole essere provocatoria ma finisce per risultare commerciale e piatta, un accumulo di citazioni che non costruisce più un discorso coerente. Milano in generale è apparsa composta, professionale, ma poco sorprendente, con poche idee davvero nuove, molte conferme e qualche déjà-vu. Il Festival di Sanremo 2026 si è presentato invece con una conduzione tanto impeccabile nei tempi quanto prevedibile al limite del fastidioso. Le canzoni oscillavano tra la lagna romantica e il tormentone estivo già progettato per le playlist di giugno. La musica, quella che dovrebbe spiccare in un festival musicale, è rimasta in secondo piano e anche sul fronte moda non siamo riusciti a sentirci coinvolti. Gli outfit hanno rispettato un copione non scritto della cultura italiana dell’evento, mostrandoci la solita eleganza rassicurante in stile Armani, qualche tentativo di pizzo osé per simulare trasgressione e un tocco pop esuberante che però raramente diventa davvero contemporaneo. Persino una presenza magnetica come Irina Shayk è riuscita a essere inserita in un contesto che ne ha smorzato l’impatto, come se l’estetica fosse stata filtrata da un eccesso di prudenza. Sanremo sembra oggi appesantito dal suo stesso mito e nel tentativo di rincorrere l’attualità, inserisce qua e là temi “corretti”, momenti di sensibilità programmata, monologhi costruiti per generare titoli il giorno dopo. Il risultato è spesso una sensazione di artificio, come se l’evento fosse più preoccupato di dimostrare di essere contemporaneo che di esserlo davvero. E allora il confronto è inevitabile. Da un lato la Fashion Week spenta, poco coraggiosa, dall’altro Sanremo, macchina mediatica potentissima ma ormai ingabbiata in una formula che fatica a reinventarsi. Entrambi eventi centrali nella cultura italiana, entrambi dotati di un potere simbolico enorme, ma in questa edizione sorprendentemente deboli sul piano mediatico. La settimana più attesa dell’anno si è trasformata, per molti, in una noia mortale. Eppure, nonostante le delusioni, continuiamo ad aspettare questi eventi ogni anno. Perché al di là dei risultati, restano rituali collettivi, sono momenti in cui l’Italia si ritrova unita a commentare tutto. Per quanto imperfetti, Sanremo e la Fashion Week hanno ancora una cosa potentissima dalla loro parte: la nostra attenzione. Che nel 2026 è il vero premio in palio.