Ho letto recentemente alcuni spezzoni di Maria Luisa Frisa, tratti dal suo libro I Racconti della Moda, un insieme di testi e poesie che costruiscono una rete di interconnessioni dove al centro di tutto si discute della moda e dei corpi. Nel libro, il corpo viene presentato quasi come la cosa meno interessante che ci sia, non perché non abbia valore, ma perché il corpo, da solo, è incompleto. È l’abito che lo riporta in vita, è il momento in cui il tessuto entra in contatto con la pelle che tutto cambia. L’abito trasforma il corpo, gli dà significato, lo racconta, diventa il vero protagonista che racchiude desiderio, costruisce narrazioni, genera sguardi sia da parte di chi osserva sia da parte di chi lo indossa. L’abito diventa una forma di linguaggio silenzioso, uno strumento potentissimo che trasforma il modo in cui esistiamo nello spazio. Questo ribaltamento affascinante di cui ci parla la teorica di moda, apre diverse possibilità di interpretazione ma una sola semplice chiara riflessione. Se l’abito è ciò che trasforma il corpo, allora la moda non può essere costrizione. Non può essere un insieme di regole, né una serie di obblighi da seguire, non può essere il tentativo di rientrare in una silhouette imposta o in una tendenza dominante. La costrizione è la vera nemica della moda perché nel gioco del mostrare ognuno deve sentirsi a proprio agio nel corpo e soprattutto nell’abito che lo riveste. Questa teoria trova il suo esempio più evidente proprio nella primavera. La stagione in cui i corpi si svestono, i cappotti diventano più leggeri, le maniche si accorciano, la pelle torna a essere visibile. La primavera è un momento di passaggio in cui il rapporto tra corpo e abito diventa ancora più evidente. Quando il corpo si scopre, l’abito cambia funzione: accompagna, dialoga, valorizza. In questa prospettiva l’abito non può avere una connotazione negativa e non dovrebbe mai averla, eppure, la moda vive anche di giudizi, di classifiche, di “meglio” e “peggio”, di look riusciti e look falliti. Se ci fermiamo un attimo a riflettere, ogni volta che esprimiamo un giudizio su un abito, non stiamo davvero parlando solo di quell’abito. Stiamo parlando della persona che lo indossa, stiamo commentando il suo modo di mostrarsi, di raccontarsi, di occupare uno spazio. Se la primavera rappresenta la valorizzazione del corpo, la viralità rappresenta il suo contrario. La viralità vive di giudizi, di critiche, di commenti immediati. Più un contenuto è discusso e polarizzante, più diventa visibile. La moda, territorio preferito della viralità, diventa così un campo aperto, dove il desiderio di espressione si scontra con il bisogno di giudizio e dove la libertà dell’abito incontra la rigidità del commento. Proprio qui la riflessione di Maria Luisa Frisa torna ancora più attuale. Se l’abito è ciò che dà vita al corpo, allora ogni abito è, in qualche modo, una potentissima forma di espressione personale e noi, con il nostro corpo e con un piccolo intervento della primavera, contribuiamo alla diffusione di quel racconto che la moda bramosamente cerca di divulgare.