Con un bisogno disperato di Chanel e nessun maglione ceruleo, sono stata finalmente al cinema a guardare il Diavolo veste Prada 2. Incollata al grande schermo, ho osservato minuziosamente ogni particolare, evitando il troppo coinvolgimento emotivo con l’obiettivo di parlarne e lasciare ai posteri un parere sincero e distaccato. La realtà però è che non si può affrontare con disinteresse un sequel così discusso e commercialmente comunicato. Sin dalla prima notizia ufficiale che annunciava il ritorno dell’iconico film, abbiamo intravisto spezzoni delle riprese, lottato per iscriverci ai casting o curiosato tra i numerosi outfit spoilerati, cercando di ricostruire in anteprima il destino del film. Ma cosa rappresenta il Diavolo veste Prada 2? Il film più atteso dell’anno è una replica contemporanea del film cult di vent’anni fa. Tutte le scene si ripetono ma in modo quasi forzato, le frasi d’effetto non sconvolgono più di tanto, fanno ridere ma senza essere pungenti come lo erano quelle originali, in cui Miranda faceva davvero paura anche allo spettatore divertito. Adesso il tentativo di mostrare una realtà politically correct che la protagonista non sopporta ma che è costretta ad accettare, rende le scene verosimili e più umane, come se tutto fosse pacato e quindi meno memorabile. La trama funziona ma è tutto così uguale all’originale che sembra mancare quell’impatto iconico che aveva il primo film. Molti di noi si sono trovati almeno una volta nella propria vita a desiderare un lieto fine come quello del Diavolo veste Prada. Dal 2006 non è cambiato poi così tanto: c’è una crisi da risolvere, un nemico da arginare che ci sembra però più accondiscendente e meno graffiante, degli eventi desiderabili e un grande volto che rimane al vertice, circondato da tacchettine più emancipate ma sempre poco indipendenti. Però è la speranza la vera protagonista che da vent’anni ci lega a questo film. Nella moda senza sceneggiatura, le soluzioni non sono così immediate e talvolta neanche esistono, così come scarseggiano quei colpi di fortuna risolutori che arricchiscono la trama di un film. Lo spettatore conosce la realtà, è consapevole del rischio che corre affezionandosi alla moda snob e selettiva di New York, Parigi e nel sequel anche di Milano. Però se nel primo film, per un solo secondo, l’accenno orgoglioso di Miranda e la frase piena di stima di Emily ci avevano convinti che anche nel temutissimo mondo moda ci fosse una soluzione a tutti i problemi, nel sequel questa speranza è triplicata. Le evoluzioni della trama sono così scontate da farci credere dal primo istante che il lieto fine sia l’unica possibilità, scandita da un atteggiamento rassegnato dei protagonisti che, come se conoscessero il loro destino, affrontano la moda con più serenità e abitudine. Lo spettatore viene catapultato in questa confort zone, apprezzandone la semplicità, abbagliato da costumi strepitosi e citazioni a volte incongruenti (piccolo spoiler: Toteme non è certo famoso per i ricami). Ma è proprio nella semplicità, che manca l’analisi realista del vero sistema moda. Rispetto al 2006, la crisi fa paura ma è risolvibile, Miranda è statuaria ma più flessibile, il lavoro dei sogni è elitario ma raggiungibile. Non è più il film originale e veritiero di vent’anni fa. Ed è forse proprio questo che ci fa apprezzare anche il film numero due: se i protagonisti sguazzano compiaciuti nello scontato lieto fine, noi spettatori che già amavamo la loro versione più controversa, non possiamo che tirare un respiro di sollievo assistendo al loro ennesimo successo, soddisfatti che ci sia, anche a distanza di vent’anni, una soluzione a portata di mano. E vogliamo, ora ancora più di prima, essere come loro.