Quest’anno ho parlato molto. Forse troppo. Ho prodotto immagini, collezioni, capsule, drop, pre-drop e post-drop. Ho inseguito ogni micro tendenza come se fosse indispensabile, ho chiesto attenzione costante e ho confuso velocità con rilevanza. Ora è arrivato il momento di fermarmi un attimo e fare quello che faccio raramente: una lista di buoni propositi. Per il 2026 prometto di provarci sul serio. Il primo proposito è rallentare. Non per nostalgia, ma per rispetto. Per il tempo delle persone, per il lavoro dietro ogni capo, per la capacità di assorbire davvero ciò che propongo. Ho capito che essere ovunque non significa essere importanti e che il rumore continuo non lascia spazio al desiderio. Voglio tornare a farmi aspettare. Prometto anche di smettere di confondere sostenibilità con storytelling. Nel 2025 ho parlato molto di responsabilità, ma spesso senza cambiare davvero struttura. Nel 2026 voglio fare meno dichiarazioni e più scelte concrete: materiali migliori, filiere più chiare, collezioni pensate per durare. Non perfette, ma oneste. Un altro punto su cui devo lavorare è l’inclusività. Non come parola chiave, ma come pratica reale. Ho celebrato la diversità solo quando era esteticamente conveniente, dimenticando che rappresentare significa includere davvero corpi, età, storie e possibilità. Nel 2026 voglio essere meno aspirazionale e più accessibile, senza perdere complessità. Mi impegno poi a tornare a dare valore allo stile, non solo alla tendenza. Ho spinto tutti a vestirsi uguali, a rincorrere formule che funzionano per tre mesi e poi spariscono. Voglio invece incoraggiare scelte più personali, meno gridate, più intime. Lo stile non è virale, ma resta. Un altro buon proposito riguarda il rapporto con il digitale. Nel 2025 ho vissuto per l’algoritmo, adattandomi a formati, tempi e linguaggi che spesso mi hanno semplificata. Nel 2026 voglio usare i social come strumenti, non come giudici. Tornare a raccontare invece che performare. Infine, prometto di ricordarmi perché esisto. Non solo per vendere, ma per esprimere, interpretare, osservare il presente e restituirlo sotto forma di immaginario. Voglio tornare a essere un linguaggio culturale prima che un prodotto. Non so se manterrò tutti questi buoni propositi. So però che ne ho bisogno. Perché la moda, come le persone, funziona meglio quando smette di correre e inizia a dire qualcosa che vale la pena ascoltare.