Ogni anno, nel settore moda, aspettiamo il colore Pantone come si aspetta un oroscopo, con una miscela di curiosità, scetticismo e la segreta speranza che, in qualche modo, dica qualcosa di vero su di noi e sul mondo che ci appartiene. Questa volta la scelta è caduta sul colore Cloud Dancer, un bianco morbido, lattiginoso, sospeso, un colore che a prima vista sembra quasi sottrarsi all’idea stessa di “colore dell’anno”. Pantone descrive il Cloud Dancer come una tonalità che evoca leggerezza, calma, sospensione. Non è il bianco clinico dell’ordine, né quello solenne dell’architettura classica, è un bianco imperfetto, atmosferico, più vicino alla luce filtrata che alla superficie. In un momento storico iperstimolato, in cui tutto compete per essere visto, il Cloud Dancer sceglie deliberatamente la via opposta: non affermarsi, non farsi notare ma contenere. Non occupare spazio, ma renderlo respirabile. È una scelta che racconta una necessità di tregua della moda in cui il Cloud Dancer funziona come una sorta di pausa visiva. Non impone una silhouette, non carica di simbolismi immediati, non racconta una stagione precisa bensì è il colore che permette alla forma, al gesto e alla materia di parlare prima del colore stesso. Prima ancora di essere nominato, il Cloud Dancer era già comparso sulle passerelle. Lo abbiamo visto nei total look chiarissimi, quasi polverosi, nelle collezioni che lavoravano sulla sottrazione più che sull’accumulo. Non era protagonista, ma struttura, non attirava lo sguardo, lo teneva. Dopo un’analisi approfondita la domanda da porsi è legittima e forse anche un po’ retorica. Abbiamo ancora bisogno che un colore rappresenti, sia nella moda che simbolicamente, l’anno che ci accingiamo a vivere? Un colore dell’anno non è una fotografia fedele del presente, ma un tentativo di dargli una forma leggibile, serve più all’industria che alle persone, più al racconto che alla realtà. Eppure, funziona perchè il colore diventa una scorciatoia culturale, un modo semplice per dire “questo è il clima emotivo”. Il Cloud Dancer, in questo senso, è quasi una dichiarazione di onestà, non promette trasformazioni, non finge rivoluzioni, dice soltanto che forse, per una volta, abbiamo bisogno di meno. In un’epoca che ci spinge continuamente a prendere posizione, il colore dell’anno sceglie di restare in sospensione. Del resto anche il silenzio, se ben costruito, può essere una forma di discorso.